Fundraising e impresa sociale: dal “to do” al “make sense”

C’è un ennesimo segnale ad indicare il passaggio d’epoca che stiamo attraversando. È la fine, o meglio il ridimensionamento, di tutto ciò che riguarda “le istruzioni per l’uso” (come si fa), a favore della dimensione di significato (perché si fa). Nel primo caso a prevalere è la replicabilità meccanica, nel secondo invece è il quadro di senso (inteso, come ricorda Stefano Zamagni, in una duplice accezione: significato e direzione).

Sintetizzando al massimo, si può dire che stiamo passando dall’era del “to do” a quella del “make sense”.

E tutto questo segna un cambiamento profondo, anche nel modo in cui si gestiscono le organizzazioni. Se la logica è quella del “to do” le competenze prevalenti sono quelle di natura manageriale e la formazione è lo strumento migliore per qualificarle. Se invece prevale il “make sense” allora emergono (o riemergono) competenze di natura imprenditiva che però vanno educate, cioè “tirate fuori” facendo leva su substrati motivazionali e conoscenze tacite, come ci ricorda Paolo Venturi.

Questo passaggio è particolarmente evidente, e difficile, per l’impresa sociale e per il suo principale ambito di intervento: i sistemi di welfare. Questo attore e il suo contesto socio economico di riferimento vengono infatti da un’epoca di istituzionalizzazione all’insegna di un “to do” legato a certezze che nel corso del tempo si sono però sgretolate. La legge quadro sui servizi sociali (l. n. 328/00) è emblematica da questo punto di vista: individua con granitica certezza ruoli e funzioni dei diversi attori del welfare su scala locale, provinciale, regionale e nazionale. Un meccanismo di sussidiarietà verticale che ha comunque subito gli effetti della doppia crisi di senso descritta in precedenza: ha perso la direzione – perché oggi è davvero difficile capire “chi fa cosa” – e (soprattutto) ha perso di significato, non riuscendo a ricomporre in un quadro d’insieme iniziative emergenti di protezione sociale che nel frattempo si sviluppavano nei tessuti comunitari, nelle aziende, nelle piattaforme digitali della sharing economy. Il risultato è di rendere assai complicata quella azione di “annidamento” (nesting) che Franca Maino e Maurizio Ferrera rappresentano come la principale sfida nel rendere più complementari il primo e il secondo welfare, rigenerando il primo e consolidando il secondo.

L’impresa sociale, in questo quadro, ha una sola opzione: rimettere a valore gli elementi chiave dell’imprenditorialità – creatività, assunzione di rischio e combinazione di un mix risorse – per realizzare quegli obiettivi di “interesse generale” che sanciscono la sua missione, ma che non possono essere affermati solo “ex lege”, ma piuttosto resi espliciti come impatto sociale.

Il fundraising, in questa prospettiva, assume un carattere davvero paradigmatico, ben lontano dal configurarsi come una mera serie di technicalities che assomiglia molto a una “to do list”. La raccolta di fondi è sempre più parte integrante di catene di produzione di valore sociale che danno vita a diversi e consistenti “effetti leva”: rendono visibili le comunità non semplicemente evocandole, ma mettendole all’opera nella prospettiva del bene comune; giocano un ruolo strategico di cofinanziamento (cash e anche in kind) per accedere a risorse finanziarie utili a scalare innovazioni settoriali oltre la nicchia; rappresentano una dote importante all’interno di percorsi di policy making che superano la dimensione del “dialogo istituzionale” e si aprono alle diverse fenomenologie di cittadinanza attiva. Un fundraising quindi sempre più sense-maker nella misura in cui si incorpora “in via stabile e continuativa” dentro organizzazioni di impresa sociale e iniziative di welfare comunitario, come insegnano i progetti “welfare in azione” sostenuti da Fondazione Cariplo nei quali, guarda caso, è proprio la raccolta fondi una delle funzioni più strategicamente presidiata. O ancora come la call #welfarecheimpresa recentemente lanciata con il supporto scientifico di Aiccon che premia progetti di welfare comunitario capaci di generare impatto sociale e nuova occupazione.

 


Per saperne di più

Flaviano Zandonai sarà tra i docenti del corso Fundraising per l’Impresa Sociale che si terrà a Forlì il 22 e 23 giugno 2016 e permetterà ai partecipanti di individuare nuovi strumenti per la‪ sostenibilità delle loro cooperative e dei loro progetti.

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