Sul Dono, la Condivisione e la costruzione dell’Identità

Il  benessere di ciascuno oggi è sempre più legato al principio dello scambio.

Il problema è che lo scambio introduce fra le varie dimensioni anche quella della strumentalità (ad esempio, l’andare al lavoro per ricevere una paga anche se non si è soddisfatti di quel tipo di lavoro). La strumentalità è una dimensione che, nel crescere a macchia d’olio, ha eroso la vita relazionale delle persone, nonché il modo in cui esse costruiscono la propria identità. Le persone si sentono soffocare perché continuano a rimandare la comprensione del senso delle proprie azioni.

Oggi nella società il livello di possibilità di azione non strumentale è sempre più scarso;  per tale ragione le persone sono alla ricerca di momenti in cui poter sottrarsi a logiche che hanno come principio la logica strumentale. Le persone infatti sono in grado di riconoscere nella partecipazione(che è dono) un’isola di significato non strumentale, ovvero qualcosa che ha valore non perché rimanda a qualcos’altro, bensì perché ha valore in sé. (Zamagni, 2003)

La nostra società sta rendendo strumentali anche le emozioni e le storie personali. Le persone vendono i loro ricordi pur di ottenere un risultato; oggi si trasformano in una forma di scambio anche elementi che si pensava fossero alieni a queste dimensioni. “Ciò pone oggi un nuovo problema di benessere: il benessere è direttamente proporzionale alla quantità di tempo impiegato in attività non strumentali che, clamorosamente, è sempre meno”(Sacco 2007) . Molto di ciò che riconduciamo al dono è legato a questo problema. Le persone che donano esprimono, infatti, un desiderio di partecipazione. 

Molto di ciò che riconduciamo al dono è un tentativo di attingere nuovamente a questo significato. Ciò affida grande responsabilità a chi si muove nella sollecitazione del comportamento donativo. Ciò che si vuole in cambio non si può ricondurre allo logica dello scambio, ma neanche a quella di redistribuzione, bensì ad una dimensione che si chiama “condivisione” a partecipare ad una comune esperienza di senso.

Oggi la sopravvivenza in senso letterale non ha a che fare direttamente con noi (società post-industriale). Per le persone nate dagli inizi degli anni ‘80 in poi l’idea della sopravvivenza come motore di azioni strumentali non esiste. La nostra logica di azione è mutata mentre noi, invece, continuiamo a ragionare meccanicamente come si faceva fino a due generazioni fa. Il motore delle azioni di una persona di 25 anni pienamente socializzata oggi è la costruzione di un modello di identità, motivazione inconcepibile per le società tradizionali che l’hanno preceduto. Con l’avvicinamento al disfacimento del tema economico legato alla sopravvivenza e la successiva entrata nell’era postindustriale i vincoli identitari si sono slegati (dal ‘68 in poi). È avvenuto, infatti, lo smantellamento delle distinzioni di genere e degli stigmi legati all’abbigliamento, tanto che ognuno può cercare di essere ciò che vuole e questo comporta sia una libertà che un peso enorme. Tuttavia, quando una persona non è in grado di costruirsi una propria identità, ciò porta a forme di criticità esistenziale molto più gravi di quelle precedenti in quanto profondamente drammatiche.

“Nel contesto in cui viviamo ci si deve porre il problema delle modalità di formazione dell’identità. Questa si può formare o attraverso gli oggetti o attraverso l’esperienza.” (Sacco-Viviani 2003).

Il primo caso riguarda il legare l’identità ad una serie di oggetti che si possiedono e che trasmettono l’essere della persona. Un’identità di questo tipo è molto facile che sia competitiva. Con questa modalità si può produrre una minor crescita economica, perché, in tale contesto, l’aumento del PIL va a beneficio di persone che sono già ricche, mentre quelle più povere percepiscono come danno il fatto che qualcun altro aumenti il proprio benessere, innescando così un circolo vizioso della povertà sociale.

Le persone che costruiscono l’identità per oggetto comprendono di doversi garantire reddito finalizzato a trasformarsi in potere d’acquisto; di conseguenza, non coltivano relazioni sociali significative dato che dedicano la maggior parte del loro tempo al lavoro e guardano alle persone in maniera strumentale. Ciò le porta a non soddisfare i bisogni relazionali che vengono, alternativamente, colmati dall’acquisto di beni con la conseguenza inevitabile di un vero e proprio “deserto relazionale”.

Le relazioni diventano dunque strumentali, perché se si costruisce la propria identità attraverso gli oggetti, automaticamente si rendono tali anche le persone. Ovviamente, non si può oggi prescindere dal costruire la propria identità senza riferimenti agli oggetti che ci circondano; tuttavia, costruirla solo con questi porta a degli effetti che possono alimentare una disgregazione del comune senso della socialità.

La modalità alternativa di costruzione dell’identità è l’esperienza .

La costruzione dell’identità tramite l’esperienza richiede il pagamento di un prezzo   che combina l’elemento monetario con un costo di accesso(Sacco 2007). Avere accesso ad un’esperienza comporta un costo la cui principale caratteristica è l’intangibilità. Tale costo ha una dimensione cognitiva e, pertanto, risulta necessario modificare il proprio schema di modello mentale per potere usufruire della relativa esperienza.

Sviluppare un nuovo modello mentale richiede, dunque, dei costi: il primo cognitivo, come appena descritto, il secondo, invece, motivazionale.

A tutti gli effetti la capacità individuale di avere accesso all’esperienza dipende dalla propensione a pagare tali “costi”. ” Le esperienze sotto la soglia di attivazione tendiamo a percepirle come più interessanti (sono normalmente quelle che ci impegnano di meno e che spesso si polarizzano verso comportamenti massificanti), mentre quelle sopra no; gli individui infatti fanno sempre più fatica ad impiegare le proprie energie nel fare autonomamente esperienze di senso”  (Sacco 2007) .

Costruire l’identità attraverso l’esperienza favorisce la possibilità che le persone possano utilizzare e valorizzare il dono all’interno dei propri modelli di comportamento, al fine di condividere una prospettiva comune.

Ecco che quindi il valore sociale del dono è quello di offrire alle persone delle occasioni reali di coinvolgimento a tal punto che queste mettono a disposizione parte delle loro risorse affinché ciò a cui tengono,  esista.

 

Note Bibliografiche
Scarsità, benessere, libertà nel contesto dell’economia dell’identità | Pier Luigi Sacco, Michele Viviani | Working Paper AICCON, 2003
Il fundraising per la cultura | Pierluigi Sacco (a cura di) | The Fund Raising School, 2007
The Power of the Arts in Vancouver: Creating a Great City | Pier Luigi Sacco | Vancity , January 2007
L’economia come se la persona contasse: verso una teoria economica relazionale | Stefano Zamagni | Working Paper n. 32, 2006
Il Dono nell’Economia del Ben-Essere | Paolo Venturi | Short Paper AICCON, 2012

Tratto da www.tempi-ibridi.it

 

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