Gli italiani tirchi? No, da noi manca la fiducia. Vi spiego perché

Perché gli italiani donano meno di quanto potrebbero? È questa la domanda che non si può evitare di porsi scorrendo i dati sulle donazioni complessive pubblicati da Vita il mese scorso, e i numeri relativi alle dichiarazioni dei redditi contenuti in queste pagine. Le cause che spiegano questo fenomeno sono a mio avviso tre.

La prima affonda le radici in un pensiero antico, quello espresso dalla Charta Caritatis di Bernardo da Chiaravalle, scritta nel 1147, un documento frutto del pensiero dei cistercensi sulla “buona donazione”. Quando una donazione è buona, secondo Bernardo? Quando il donatore conosce la causa, il bisogno del ricevente; quando l’aiuto è proporzionato al bisogno; quando chi ha ricevuto dà conto al donatore dell’uso che ha fatto del dono. Un’idea attualissima, che però nei secoli successivi è stata soppiantata dal deleterio concetto di elemosina a fondo perduto: il donatore è il filantropo che regala parte dei propri averi, non si cura della causa, non pretende il rendiconto. Un mutamento che ha rallentato e diminuito le donazioni, sottovalutando l’importanza dei tre aspetti espressi dalla Charta Caritatis.

La seconda causa ha a che fare con l’avvento del welfare state, lo Stato che si prende cura del cittadino “dalla culla alla bara”. Perché mai un cittadino – si chiedono gli italiani, figli del welfare state – deve donare, se ha pagato le tasse? Che ci pensi lo Stato. Negli Stati Uniti, dove il welfare state non c’è mai stato, si ragiona in termini di welfare capital: aziende e benestanti devono restituire ai portatori di bisogni parte degli utili e dei patrimoni. È il principio di restituzione, motore delle donazioni, che in Italia non ha mai attecchito.

Infine la terza causa, più specifica, è relativa alla mancanza in Italia di specialisti dell’intermediazione filantropica, che è altra cosa rispetto alla consulenza filantropica o fundraising. Quest’ultimo infatti si rivolge alle organizzazioni e dà consigli su tecniche e strumenti per raccogliere fondi; l’intermediario filantropico va dal donatore e gli offre una causa a cui donare, garantendo sul buon uso delle risorse, sui risultati e sulle prospettive. Allora il donatore, rassicurato, si fida e dona. Dobbiamo far tornare la fiducia e togliere paura, che paralizza tanti potenziali donatori, altrimenti vedremo in futuro una lenta ma inesorabile erosione delle risorse donate. Non che i 4,5 miliardi di donazioni individuali censiti dall’Istat siano pochi, ma sono convinto che gli italiani potrebbero fare molto di più, perché sono tra i più generosi del mondo. Non dobbiamo permettere che quest’indole altruista venga rovinata dalla mancanza di fiducia.

Venendo ai dati fiscali  posso dire che mi preoccupano, ma non mi stupiscono. Ho avuto occasione di presentare all’inizio dell’anno un’interessante ricerca condotta dall’Unhcr, l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, sui grandi donatori italiani, quelli con patrimonio netto superiore al milione di euro. Ebbene, otto su dieci donano cifre a volte notevoli, ma in assoluto anonimato e riservatezza, in modo che nessuno lo sappia a parte il ricevente. Potrebbero ottenere significativi vantaggi fiscali dalle erogazioni, ma scelgono di non avvalersene per un motivo molto semplice: il timore del fisco. Negli Stati Uniti succede esattamente il contrario: il donatore mira ad essere riconosciuto perché aumenta il reputational capital. Questo significa che l’assetto fiscale italiano è parte del problema: punitivo a priori, mette paura anche agli onesti, non è un fisco di favore, non favorisce l’atteggiamento donativo ma anzi lo tarpa sul nascere. La classe politica dovrebbe riflettere su questo aspetto e andare, ancora una volta, verso la costruzione della fiducia, questa volta tra donatore e macchina fiscale. Solo aumentando la fiducia – sia nei confronti del Terzo settore che dello Stato come alleato e non nemico – le donazioni riusciranno a spiccare il volo. C’è poi un aspetto filosofico: alcuni pensano che sia offensivo per la dignità del povero che il suo benessere dipenda dalla generosità del ricco, il ricco non deve farsi carico del bisogno del povero per non umiliarlo. Io ricco devo dare i soldi allo Stato e poi ci pensa lui. Questa è la tipica impostazione che rifiuta e nega il principio di fraternità. Ma io dico che una società che delega allo Stato è una società che ha rinunciato alla fraternità e quindi è meno felice.

Fonte: Vita

 

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