È vincente un fundraising flessibile e aperto a differenti fonti di finanziamento

Il dibattito di fine estate è stato animato dalla discussa Riforma Franceschini, che dopo decenni di attesa rivoluzionerà l’organizzazione di oltre 400 istituzioni museali nel nostro Paese. Novità assoluta – al di là delle nomine internazionali per i principali venti musei statali – l’introduzione ufficiale di nuove professionalità accanto al direttore. E così nei musei pubblici italiani (almeno quelli più grandi) – come succede all’estero e come prevede il modello dell’Icom a cui i legislatori si sono ispirati – accanto al direttore dovrà essere nominato un curatore e conservatore delle collezioni che si occupa anche di studio e ricerca, un responsabile dell’amministrazione, un altro per allestimenti e sicurezza, nonché – novità assoluta – un responsabile dei rapporti con il pubblico che si occupa anche del reperimento dei fondi e del marketing.

Sembrerebbe così sdoganato il fundraising anche all’interno dei musei italiani. Ma a che punto siamo con il fundraising nelle organizzazioni che operano nel settore delle arti performative, delle biblioteche, degli archivi, dell’archeologia?

Nel corso degli ultimi dieci anni sono cambiati radicalmente il peso e l’andamento dei finanziamenti pubblici per le arti e la cultura a tutti i livelli. Secondo i dati del Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione economica negli anni che vanno dal 2000 al 2011, la spesa totale per cultura e servizi ricreativi in Italia si è ridotta pesantemente, passando dall’1,5% allo 0,6% del totale della spesa del Settore pubblico allargato, andando a collocare il nostro Paese in coda alla graduatoria tra i Paesi che spendono meno nel settore, insieme alla Grecia e dopo Irlanda, Malta, Germania, Bulgaria. Crollano nel 2014 anche le erogazioni liberali (meno 19%) e i fondi delle fondazioni di origine bancaria (meno 12%), che hanno sempre avuto fin dalla loro fondazione il settore delle arti e la cultura come primo settore di intervento. In questo quadro le organizzazioni culturali operanti in tutti i settori si sono trovate costrette letteralmente ad abbandonare “il salvagente dei fondi pubblici” e imparare a nuotare, spingendosi sempre più alla ricerca di nuove forme di sostenibilità. L’esigenza è stata duplice: da un lato quella di aumentare i ricavi divenendo maggiormente efficaci nei confronti della domanda; dall’altro quella di ridurre i costi, introducendo elementi di miglioramento della propria efficacia gestionale. Di fronte a tali esigenze si è assistito in questo arco di tempo ad un impegno sempre maggiore da parte delle organizzazioni culturali nel comunicare e relazionarsi con i propri pubblici reali e potenziali, nell’applicare nuove e più efficienti modalità di gestione, nel ricercare nuove forme e potenziali attività in grado di differenziare il proprio funding mix.

Per queste ragioni anche in Italia si è iniziato, lentamente, a parlare di fundraising, ovvero di quell’insieme di strategie, tecniche e strumenti in grado di reperire risorse finanziare (denaro), materiali (beni e servizi) e umane (tempo, collaborazioni, know how) necessarie a garantire la sostenibilità di un’organizzazione non profit, la possibilità di realizzare la propria mission e i propri progetti.

Nuovi “mercati”, ovvero nuove categorie di soggetti, sono entrati nella lista dei possibili sostenitori: soggetti che operano, decidono e sostengono con modalità e aspettative molto diverse tra loro, quali aziende, enti e fondazioni di erogazione ma anche donatori privati. Sul fronte delle aziende, sempre più avvertita è oggi la necessità di creare forme di coinvolgimento tailor made, cucite sulle esigenze di ciascuna impresa coinvolta e soprattutto basata su progetti in grado di generare un reale impatto sui territori di riferimento che sia utile all’azienda per dimostrare il suo impegno a livello di Corporate Social Responsability. Accanto alle aziende, è cresciuto in questi anni il ruolo e il peso di quelli che sono gli enti e le fondazioni di erogazione: nel settore culturale si registra un importante cambiamento nelle politiche di finanziamento di enti e fondazioni di erogazione, passati da meri finanziatori di restauri e grandi opere pubbliche a veri conoscitori e sostenitori delle tante proposte culturali sui propri territori di riferimento, nonché in alcuni casi veri portatori di innovazione nella scelta dei settori e delle categorie di progetti da finanziare. Proprio per iniziativa di questi soggetti in questi ultimi anni sono fioriti nel nostro Paese molti bandi per il finanziamento dell’innovazione culturale, che si concentrano su progettualità e tipologie di proponenti diversi, ma che soprattutto hanno il merito di aver dato voce ad un terreno culturale vivo e attivo, dove organizzazioni culturali tradizionali collaborano e creano progetti in partnership con centri di ricerca, università, ricercatori indipendenti e attivisti civici. Si pensi a «fUNDER35» (dieci fondazioni di origine bancaria unite per finanziare imprese culturali composte per il 75% da giovani under 35); il bando «Che fare» promosso dall’Associazione Culturale Doppiozero; il bando «ARS-Arte» che realizza occupazione sociale promosso da Fondazione Italia Accenture; «Culturability» sulla responsabilità della cultura per una società sostenibile, ideato e promosso da Fondazione Unipolis; il bando «IC» promosso da Fondazione Cariplo. Infine vi è un’altra categoria di sostenitori che con la diminuzione del digital divide e la diffusione del web ha acquisito un peso sempre crescente nel sostegno a progetti culturali, nei settori più diversi, dalla musica alle performing arts, dai beni culturali all’arte contemporanea fino al cinema: i cittadini. Privati che sono protagonisti come volontari o come donatori. Ne sono un esempio l’Art Bonus (artbonus.gov.it), il credito d’imposta per le erogazioni liberali in denaro, grazie al quale sino a fine ottobre 2015 sono stati raccolti 34 milioni di euro in erogazioni liberali o il successo ottenuto dalle iniziative di crowdfunding.

La vera sfida da vincere è quindi quella di diffondere una nuova cultura della donazione, sia di risorse economiche che di tempo, relazioni e competenze anche per il settore delle arti e della cultura, stimolando e facendo leva sulla responsabilità di ogni cittadino di prendere parte alla crescita del settore culturale.

Estratto da “Raccolta fondi. È vincente un fundraising flessibile e aperto a differenti fonti di finanziamento” (2015), articolo pubblicato nella rivista periodica Vdossier, anno 6, n.2, novembre 2015.

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