Due metafore per i fundraiser del cambiamento

C’è un’interessante convergenza tra le traiettorie evolutive dell’impresa sociale – in particolare della cooperazione sociale impegnata nell’erogazione di servizi sociali- e il mondo della scuola.

Un po’ perché si tratta di, o ambiscono ad essere, istituzioni educative. Un po’ perché sono alle prese con percorsi di cambiamento per certi versi simili, anche per quanto riguarda l’accesso alle risorse.

Quest’ultimo aspetto, più prosaico, legato a come cambia il modello di sostenibilità economica (e quindi il fundraising) è emerso chiaramente durante un interessante focus group a Parma.

Attorno al tavolo c’erano dirigenti scolastici e di cooperative sociali, tutti alle prese con difficili processi di change management per far fronte a tagli, di varia entità, delle risorse destinate al funzionamento delle attività ordinarie e, più in particolare, alla crescente pressione sui ruoli manageriali intermedi – coordinatori di servizio, responsabili di plesso, ecc. – chiamati a operare su crescenti e svariate attività. Strutture piene di figure “facenti funzione” fagocitate da una gestione ordinaria sempre più impegnativa che impedisce di riconoscere e metabolizzare elementi puntuali e strutturali di cambiamento, trasformandoli in innovazioni profonde che incidono sugli assetti e sulle culture organizzative.

Alzare lo sguardo” diventa quindi il mantra di aspiranti change makers chiamati a intercettare risorse non solo per la gestione di partite correnti, ma per evitare di erodere progressivamente la capacità di futuro della propria organizzazione in termini di visione e strategia.

Ecco quindi che dal focus group sono emerse alcune soluzioni delineate attraverso due curiose metafore.

La prima è quella del vassoio di brioches (di pasticceria e non precotte). Rappresenta un insieme sempre più vasto e variegato di risorse veicolate non in senso redistributivo per finanziare la gestione routinaria, ma piuttosto progetti di innovazione, spesso di natura radicale. Nel caso della scuola si possono citare i recenti bandi sull’educazione imprenditoriale, mentre per l’impresa sociale quelli sulla povertà educativa (a proposito, con interessanti elementi di dialogo tra le due call). Risorse consistenti che per essere intercettate richiedono però una capacità progettuale sofisticata sia in termini di formulazione e gestione delle attività, ma anche di costruzione del network, di valutazione in itinere e d’impatto, di cofinanziamento, ecc.

Bandi che sembrano fatti apposta per costringere i beneficiari proprio a traguardare la gestione quotidiana, incentivandoli a elaborare proposte di innovazione consistenti e di natura sistemica. Non tanto per far contento qualche policy maker folgorato sulla via dell’innovazione sociale e tecnologica, ma per un motivo tanto evidente da sembrare banale, ovvero che oggi esiste una domanda sempre più pressante di cambiamento, uscendo dallo status quo e facendo finalmente crescere tante micro innovazioni che altrimenti rischiano di rimanere confinate allo status di sperimentazione perenne.

La seconda metafora scaturita dal focus group è di stampo ecologista e riguarda le specie da salvare (vegetali in particolare).

In tutte le organizzazioni, infatti, esiste una molteplicità di iniziative, alcune delle quali – soprattutto i cosiddetti core business – sembrano destinate a rimanere sempre uguali a se stesse, al massimo con qualche maquillage incrementale.

Il fatto che le risorse decrescenti intacchino anche queste specie così rilevanti fa scattare, soprattutto nei soggetti sociali, una sorta di tutela preventiva basata sul richiamo ai fondamenti normativi e in senso lato culturali della loro produzione: beni pubblici, beni comuni, orientati alla giustizia sociale, ecc.

Tutti elementi di verità senza dubbio, ma con il rischio di sfociare, a volte, nel dogmatismo, mentre invece occorre che questi stessi princìpi siano sempre più inverati, “visti all’opera”, concretamente agiti dall’organizzazione e dai suoi stakeholder in modo da capire se la loro tutela è davvero meritata.

La raccolta fondi – e in particolare alcune modalità come il crowdfunding sia donativo che d’investimento –  può, da questo punto di vista, aiutare. Non è risolutiva di per sé, ma certamente può svolgere un ruolo di “flagship” (segnale) rispetto alla natura autenticamente sociale del bene prodotto che corrisponde alla sua efficacia nel rappresentarsi come di “interesse generale”. Anche a costo di provvedere a “potature mirate” – leggi ridisegni sostanziali – del proprio giardino di attività, magari grazie a quelle risorse per l’innovazione che, come si è visto, costellano l’orizzonte di fundraiser che sono sempre più agenti di cambiamento.


Per saperne di più

Flaviano Zandonai, Segretario Generale IRIS Network, sarà tra i docenti del corso Fundraising per l’Impresa Sociale che si terrà a Forlì l’8 e 9 giugno 2017 e permetterà ai partecipanti di individuare nuovi strumenti per la‪ sostenibilità delle loro cooperative e dei loro progetti.

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